l2) Manzoni. Sull'utilitarismo come dottrina morale.
Anche se l'autore de I promessi sposi non  stato un filosofo
originale, il suo interesse per la filosofia  sempre stato
grandissimo. Delle sue notevoli qualit filosofiche diamo un
saggio in questa lettura.
A. Manzoni, Osservazioni sulla morale cattolica, Appendice al
capitolo terzo.

Ma altro  il dire che, tra la giustizia e l'utilit, non ci possa
essere una vera e definitiva opposizione; altro  il dire che
siano una cosa sola, cio che la giustizia non sia altro che
utilit. La prima di queste proposizioni esprime una di quelle
verit che, pi o meno distintamente e fermamente riconosciute,
fanno parte del senso comune; la seconda , diremo anche qui,
un'alterazione, una trasformazione di questa verit che il sistema
ha presa dal senso comune: perch, col mezzo proposto da esso, non
si sarebbe trovata in eterno.
Infatti, se si domanda al sistema, come mai s'arrivi a conoscere
che l'utilit  sempre d'accordo con la giustizia o, per dirla con
altri suoi termini, che l'azione utile al pubblico torna sempre
utile al suo autore, e viceversa; se si domanda, dico, come
s'arrivi a conoscere una tal cosa, con tanta certezza, da farne il
fondamento e la regola della morale; il sistema risponde, come s'
visto, che ce l'insegna l'esperienza. Ma s' visto che,
dall'esperienza, per quanto sia vasta e oculata, non si pu cavar
nessuna conseguenza certa riguardo all'avvenire, e quindi nessuna
regola certa per la scelta dell'azioni. E dopo di ci, non 
certamente necessario l'esaminare quale e quanta sia l'esperienza,
sulla quale il sistema pretende fondare quello che chiama il suo
principio. Ma, per vedere con qual leggerezza proceda in tutto, e
per sua natural condizione. non sar inutile l'osservare di quanto
poco si contenti, anche dove sarebbe affatto insufficiente il
molto, anzi tutto l'immaginabile di quel genere. Cos', dunque,
l'esperienza posseduta, sia direttamente, sia per trasmissione, da
quelli che credono di poterne ricavare una tal conclusione? e
suppongo che siano gli uomini che ne possiedano il pi. E' la
cognizione d'un piccolissimo numero d'azioni umane, relativamente
a quelle che hanno avuto luogo nel mondo, e d'un numero de' loro
effetti incomparabilmente minore; giacch chi non sa quanto
numerosi, mediati, sparsi, lontani, eterogenei, possano esser gli
effetti d'un'azione umana? effetti, de' quali una parte, Dio sa
quanta e quale, non  ancora realizzata; giacch come s'
accennato dianzi, chi potrebbe dire che sia compita e chiusa la
serie degli effetti d'un'azione antica quanto si voglia? E con un
tal mezzo sarebbero arrivati a scoprire una legge relativa a tutte
l'azioni passate, presenti e possibili? Che! non avrebbero nemmeno
potuto pensare a cercarla; perch il concludere dal particolare al
generale, che  il paralogismo fondamentale del sistema, non
sarebbe nemmeno un errore possibile, se l'uomo non avesse, per
tutt'altro mezzo, l'idea del generale, che di l non potrebbe
avere. Quella che pretendono d'aver ricavata dall'esperienza, 
una verit che hanno trovata stabilita, e ab immemorabili, nel
senso comune.
Il senso comune tiene infatti, che l'utilit non possa, in ultimo,
trovarsi in opposizione con la giustizia. E lo tiene, non gi per
mezzo d'osservazioni che non potrebbero mai arrivare all'ultimo,
ma per una deduzione immediata, ovvia e, direi quasi, inevitabile,
dal concetto di giustizia. In questo concetto  compreso quello di
retribuzione, cio di ricompensa e di gastigo; e il concetto di
giustizia si risolverebbe in una contradizione mostruosa, o, per
dir meglio, non sarebbe pensabile, se la retribuzione dovesse
compirsi alla rovescia, e dall'opera conforme alla giustizia venir
definitivamente danno, che  quanto dire gastigo, al suo autore; e
viceversa. Ma come poi, e con qual ragione, dal semplice concetto
di questa retribuzione, il senso comune corre, con tanta fiducia,
a concludere e a credere che deva realizzarsi nel fatto? Ci
avviene perch il concetto di giustizia si manifesta alla
cognizione come necessario, e quindi non pu entrare nel senso
comune che cessi d'esser tale, riguardo alla realt, alla quale si
riferisce, e si riferisce con uguale necessit; giacch si pu ben
pensare la giustizia, senza farne alcuna speciale applicazione, ma
non si potrebbe pensarla come priva d'ogni applicabilit. E non
gi che il comune degli uomini riconosca riflessamente, e pronunzi
espressamente, che ci che  necessario in un modo non pu mai
diventar contingente in nessun altro; ma, appreso una volta un
concetto come necessario, continua naturalmente e senza studio,
senza aver nemmeno bisogno del vocabolo, a riguardarlo come tale
nell'applicazioni che gli avvenga di farne. Si domandi a un uomo
privo di lettere, ma non di buon senso, per qual ragione non si
potrebbe supporre una combinazione di cose, per la quale, in un
dato caso, dall'operar rettamente potesse resultare un danno
stabile e definitivo, e dall'operare iniquamente uno stabile e
definitivo vantaggio. Risponder probabilmente: non pu essere,
perch allora non ci sarebbe la giustizia. E sar una risposta
tanto concludente, quanto sar stata irragionevole la domanda,
domanda che sottintende non saprei dir quale di due cose
ugualmente assurde: o che il concetto di giustizia non importi
necessit; o che nella realt possa avverarsi il contrario di ci
che  necessario per essenza.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, l97l, volume
ventesimo, pagine 490-492.
